RECENSIONE – T2 (Trainspotting 2) di Danny Boyle (2017)

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Partiamo dal presupposto che “Trainspotting” è forse uno dei miei film preferiti in assoluto. L’ho visto un sacco di volte, lo conosco pressoché a memoria e “Ho scelto la vita“. E’ per questo motivo che mi aspettavo molto da questa pellicola e sapevo che mi sarei potuto permettere delle aspettative, per il semplice fatto che questo “sequel” non è campato per aria, ma è tratto anch’esso da un romanzo della stesso Irvine Welsh (che in questo film fa un piccolo cameo), autore anche dello stesso “Trainspotting“. Il fatto di avere una storia alla base, e sapendo che anche questo film sarebbe stato diretto da Danny Boyle, mi ha buttato un “hype” addosso che mamma mia Twin Peaks stagione 3 levati.

Saranno state ben riposte le mie speranze? Restate con noi.

Partiamo col dire che T2 è un film in tutto e per tutto “autoriale“, non perché sia un film minimalista muto di regista polacco morto suicida giovanissimo, ma semplicemente per il fatto che ogni sua singola scelta di immagine, di inquadratura e di espediente narrativo/visivo è immediatamente riconducibile a Danny Boyle. Siete scettici? Provate a vedere anche “Steve Jobs” (2016) dopo questo film e poi ditemi se non notate delle somiglianze schiaccianti, una su tutte la “proiezione” delle menti dei protagonisti sui muri della location in cui si svolge la scena.

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Ottimo il fatto di non aver incentrato il film sul consumo di stupefacenti, evitando così di avere semplicemente un “déja vu” continuo del film precedente, ma con i protagonisti invecchiati di 20 anni e con qualche chilo in più.
Torniamo alla regia per un attimo: è stato proprio un piacere vedere questo film, sotto tutti i punti di vista tecnici. Questo è forse il genere di film in cui un artista, con la macchina da presa in mano, si possa sbizzarrire di più. E’ palese, infatti, come Boyle senta sua questa creatura, gestendo i movimenti di macchina con una cura e una “figaggine” (passatemi il termine) che sarebbe in grado solo lui di avere con questo film.
Voglio citarvi una scena in particolare: Begbie sta litigando con il figlio e la moglie, lui si trova davanti al figlio e alla spalle di quest’ultimo c’è la moglie, in un corridoio; la telecamera è posizionata alle spalle del figlio, quindi noi vediamo Begbie in faccia. Mentre il nostro baffuto psicopatico urla insulti contro la sua prole, la moglie gli dice di smetterla e la telecamera si comporta così: il campo di inquadratura è sulla spalla destra del figlio, ma quando la moglie gli urla contro, Begbie la indica con la sua mano destra, invadendo l’altro campo di inquadratura, e la telecamera lo segue, interrompendo il tempo di inquadratura precedente e attuando uno scavalcamento di campo in grado di unire insieme due discussioni differenti. Ora, non avrete capito niente, perché non sarò riuscito a spiegarmi al meglio, ma quando vedrete il film vi prego di fare attenzione a questa scena da me citata e vi renderete conto di quello che vi ho descritto.

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Insomma, si è capito quanto mi sia piaciuto questo film?
Degna conclusione di una storia di uno dei più riconoscibili e conosciuti cult della storia del cinema. Correte in sala a vederlo, perché non ve ne pentirete per niente, amici.

Grazie per l’attenzione.

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Jakk

 

 

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