Mass Effect Trilogy: quando scrittura e gameplay si fondono perfettamente.

Ormai è da una ventina di anni che il concetto stesso di trama ha preso una preponderanza tale che ormai nel mondo del gaming è difficile o, diciamo, molto “raro” trovare titoli “tripla A” che non abbiano un forte connubio tra intreccio, sinossi e gameplay, se non addirittura alcuni casi in cui il racconto di una storia ha preso un’importanza tale da formarne “l’ossatura” principale, con vari esempi durante questi ultimi anni (Life is Strange, i titoli Quantic Dream e Telltale). Fin da subito ci si è posti il problema di come strutturare, all’interno dello stesso media videoludico, una storia ben narrata assieme a tutto ciò che forma le meccaniche di gioco. Per essere più chiaro: come “dosare” l’aspetto ludico e quello narrativo all’interno del prodotto finale.
Sono pochi i titoli che, nel corso degli anni, sono riusciti a proporre una tale “sinergia” tra questi elementi. Per esempio i vecchi Final Fantasy o la stessa saga di Metal Gear Solid, ma sicuramente la trilogia di Mass Effect ha rappresentato una svolta epocale all’interno del genus dei giochi di ruolo per quanto riguarda l’immersione nella narrazione e impatto che le scelte del giocatore potevano creare sulla trama.

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Per carità, prima di questo lavoro Bioware era stata capace di produrre numerosi titoli che si ponevano lo stesso obiettivo (es. Jade Empire o la saga dedicata a Star Wars – Knight of the Old Republic), ma mai con tale pathos e originalità come la storia di Shepard, il protagonista che, per puro amore ruolistico, potrà assumere l’aspetto e il ruolo che più ci piacerà (sì, potrà essere anche donna) all’interno dei tre capitoli finora usciti.
Ma torniamo alle origini della popolarità di questa “space opera”, come piace definirla a me. Mettetevi nei panni di un sedicenne (era il 2007) che, appena superata la generazione PS2, tra JRPG import NTSC e non, legge le prime anteprime su un “nuovo gioco di ruolo ambientato nello spazio dove si potrà impersonare un comandante di una nave spaziale e dove si potrà avere il controllo diretto sulle scelte da fare e sull’impatto delle stesse”. Il tutto in esclusiva sulla nuovissima Xbox 360. Non ero ancora passato alla “next gen” di allora, ma diciamo che Mass Effect mi fece comprare la nuova ammiraglia di casa Redmond insieme al fantomatico titolo che stavo attendendo con una posata e controllata “ansia”, così tanto che per un anno intero non giocai ad altro, alternando vari personaggi e provando le numerose classi presenti nel titolo, facendo in ogni run scelte diverse o tenendo un comportamento che poteva oscillare da “buono” a “neutrale” a “cattivo”, il tutto a seconda delle nostre risposte o prese di posizione all’interno dell’universo narrativo creato da Bioware.

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La cosa che più colpì l’opinione pubblica del tempo fu che il primo, pur con i suoi difetti, aveva un intelligente connubio tra meccaniche action e meccaniche ruolistiche all’interno dello stesso gameplay: potevi essere un brutale soldato tutto armi e niente tattica, pesantemente corazzato o, all’estremo, un “biotico” (i “maghi” della serie) che faceva dei suoi poteri il suo punto di forza. Questo portò a evidenti differenze di approccio alle varie orde di nemici presenti all’interno del videogame.
Ovviamente mi accorsi subito che il vero “roleplay” era molto più marcato nei dialoghi che, a differenza di Kotor o Jade Empire, avevano ora una struttura “radiale”, con il protagonista doppiato, nella quale i dialoghi in rosso portavano a scelte di natura “caotica”, quelle blue a scelte “legali” e via dicendo. Non nascondo che lo trovai molto più semplificato rispetto a quello presente in titoli come Kotor o i vari Elder Scrolls, ma lo amai subito, ed è stato personalmente uno degli elementi più importanti per quanto riguarda la rigiocabilità. Finalmente avevamo un prodotto nel quale, tramite una storia raccontata con enfasi e classe che nemmeno le serie tv dell’epoca, si entrava nella narrazione pura compiendo scelte importanti. Si poteva decidere, per esempio, di salvare un personaggio rispetto ad un altro o di sviluppare un elemento che fino a quel momento era rimasto abbastanza poco esplorato nei gdr: le romance con i membri del proprio party, cioè “sstorie d’amore” in cui si poteva avere un ruolo decisionale importantissimo che, seppur piene zeppe di cliché, riuscivano a far entrare il videogiocatore in sintonia con i vari membri del party disponibili per la “relazione”. Avevamo, per esempio, Ashley Williams, la marine senza macchia e senza paura che rappresenta lo stereotipo del girl-power militaresco, Kaidan Alenko, un biotico con una sotto-trama e un background tale da far impallidire tantissimi personaggi delle moderne serie tv (per me il migliore personaggio della saga) ed infine Liara T’Soni l’aliena dalla pelle blu che ha fatto innamorare tantissimi fan di questa saga (sì, si potevano intavolare relazioni con esseri di altri pianeti).

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Un altro aspetto che ha creato una “frattura” all’interno degli stessi prodotti Bioware è stata la continuità tra un capitolo e l’altro. Ma cosa intendo dire?
Il finale del primo capitolo videoludico era il classico “finale aperto”, con tanto di cliffhanger finale che dava spazio sicuramente a un seguito. Non avrei mai immaginato che, tramite il salvataggio da “gioco completato”, avrei potuto importare le mie scelte nel secondo e terzo capitolo. Quest’ultimo è considerato ancora oggi un a pessima conclusione della trilogia. Tale elemento per me fu una sorpresa in un gdr occidentale (si potevano importare i personaggi da Baldur’s Gate alle espansioni, ma non era la stessa cosa), dato che si poteva letteralmente trasferire “l’anima” stessa del tuo Shepard, col conseguente “carico” emotivo di tutto ciò che si era compiuto nel primo capitolo, nei capitoli successivi, con tanto di personaggi che, se morti in precedenza, non erano ovviamente presenti nella timeline del due.
Che cosa rimane quindi oggi di, forse, uno dei migliori gdr sci-fi di stampo occidentale alla luce dell’imminente uscita del nuovo capitolo Mass Effect: Andromeda?
Una solida progressione del proprio personaggio tra un capitolo e l’altro con un solido combat system e un “cast” di personaggi memorabile (vedi Garrus) che ,seppur con un finale quasi “tragicomico”, è riuscito a entrare nel cuore di tutti i fan dei GDR e non.

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In conclusione, la trilogia di Mass Effect rappresenta una delle migliori esperienze videoludiche della sua generazione, pur con i suoi evidenti difetti (qualcuno ha detto Mako?), di cui il primo capitolo rappresenta forse l’esponente migliore per quanto riguarda le meccaniche ruolistiche e l’introduzione ai meravigliosi mondi che dovremo attraversare durante l’avventura. Se non avete mai giocato questa trilogia vi consiglio di farlo perché di sicuro non ne rimarrete delusi. Se invece avete già spolpato il capolavoro di BioWare, vorrei sapere cosa ne pensate. Potete lasciare un commento qui sotto.

A presto!

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Fabiano

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