Una riflessione su “Smetto quando voglio – Masterclass” 

Mentre il buon Jacopo ha già detto la sua, recensendo in pochissime parole l’ultima fatica di Sydney Sibilia e rendendola, di fatto, la recensione ufficiale del blog, ecco che anche io, Sguido, mi appresto a dire la mia su questa pellicola.
Sono entrato in sala pieno di aspettative nei confronti di un franchise che con il suo primo capitolo mi aveva totalmente stupito. Quando, ai tempi, fu data la notizia che avrebbero prodotto altri due sequel della serie ed entrambi sarebbero stati diretti dallo stesso Sibilia, fui colto da una tensione emotiva raramente provata. Appena uscì, qualche mese fa, il trailer di questo “Smetto quando voglio – Masterclass” andai in brodo di giuggiole e iniziai letteralmente a fangirlare.
Ma non divaghiamo.

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Il regista Sydney Sibilia

Sono totalmente soddisfatto di questo secondo capitolo, che reputo di gran lunga migliore del primo, e, visto le poche immagini mostrate a fine film, sono in fervente attesa dell’atto conclusivo della serie che, secondo me, sarà estremamente scoppiettante. Masterclass, infatti, non solo si colloca perfettamente tra due scene viste nel primo capitolo, ma è stato girato praticamente in contemporanea con il terzo episodio della serie, rendendo così più breve l’attesa tra un film e l’altro. Sibilia in questa pellicola prende letteralmente delle quasi impercettibili sfaccettature del primo episodio (ancora non so se la cosa è stata completamente concepita dall’inizio o è stato un suo colpo di genio arrivato solo in un secondo momento) e ne tira fuori una nuova storia con relativi nuovi personaggi. Questo cosa comporta? Ovviamente che alcuni personaggi non sono caratterizzati benissimo e altri, provenienti dal primo film, rimangono un po’ in secondo piano. Ma a Sibilia questo glielo perdoniamo perché tutto il resto è favoloso e il terzo capitolo deve comunque ancora uscire.
Edoardo Leo è in ottima forma e, nonostante non sia un attore di alto calibro, il ruolo del Professor Pietro Zinni sembra confezionato su misura per lui. Stefano Fresi ripete la bella interpretazione del primo film, ritornando a ricoprire il ruolo di Alberto Petrelli, e il quintetto composto da Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti e Libero De Rienzo (rispettivamente Mattia, Arturo, Giorgio, Andrea e Bartolomeo), seppur meno in vista rispetto a Smetto quando voglio, giocano i ruoli di sempre con la straordinaria capacità di non stancare mai. Sul fronte delle new entry abbiamo una notevolissima Greta Scarano nel ruolo dell’ispettrice Paola Coletti, e un trio davvero scoppiettante formato da Giampaolo Morelli, Rosario Lisma e Marco Bonini che si unisce e allarga il gruppo capitanato da Leo.

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da sinistra: Libero De Rienzo, Rosario Lisma, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Paolo Calabresi (coperto dalla figura di Edoardo Leo), Giampaolo Morelli, Valerio Aprea, Lorenzo Lavia e Stefano Fresi.

Masterclass fa ridere ed è pieno di azione. Questo potrebbe essere un perfetto sunto del film di Sibilia. La domanda, però, che vorrei porre a chi ha già visto perlomento il primo capitolo del franchise è questa: non avete la perenne voglia di rivedere questi film all’infinito? Se la risposta è sì, allora converrete con me che la forza di Sydney Sibilia è proprio quella di scrivere un lungometraggio che non solo non annoia mai, ma che stuzzica la fantasia dello spettatore all’inverosimile. Mi sono domandato un sacco di volte in passato cosa avrebbe potuto mai tirare fuori dal cappello il giovane regista campano con un budget molto più ampio e la risposta è arrivata con Masterclass. Capite allora che, a questo punto, <<Masterclass fa ridere ed è pieno di azione>> risulta quasi sminuente.
Se la risposta è no, allora vorrei davvero sapere cosa non vi aggrada di ciò che Sibilia sta portando sul grande schermo in questi anni perché, nonostante continui a sforzarmi, non capisco come si possa disdegnare un prodotto di questo tipo che, ispirandosi ai cosiddetti “blockbuster” americani, cambia totalmente il panorama del cinema italiano rimescolando, a sopresa, le carte in tavola e sdoganando, per una volta, gli ormai triti e ritriti cliché che affliggono quasi tutte le pellicole italiane.

ATTENZIONE! DA QUI IN POI SARANNO PRESENTI SPOILER DEL FILM!

Esiste un limite all’odio. Capisco essere detrattori di un determinato genere cinematografico per divergenze riguardo a gusti o semplicemente perché a casa si scopa poco. Non sarò certo io a giudicare. Non farò, per l’appunto, come chi su due dei maggiori quotidiani italiani ha scritto frasi, riguardanti Masterclass, come <<Sibilia smarrisce la bussola della cifra comica provando a tarare il cuore del film nell’incerto equilibrio di tre macrosequenze ripetute all’infinito: l’interno commissariato di polizia, il cicaleccio comico tra la banda dei ricercatori, e il bordone (finale) d’azione>> oppure <<[…] in Masterclass, ritroviamo all’inizio la sottovalutazione intellettuale dei geni italici, per poi indirizzare il film in un lungo gioco degli equivoci che la sceneggiatura non riesce mai a vivificare davvero>> perché scadrei in lunghi e pesanti discorsi su quanto, effettivamente, sia inutile il lavoro del critico cinematografico quando non è accompagnato dalla capacità pratica di saper girare un film.
Sydney Sibilia (che ricordo a tutti avere ancora 35 anni), non ha mai preteso di essere Cristopher Nolan o Vince Gilligan, e difatti non lo è. Chi pensava di vedere Masterclass e trovarsi di fronte a un capolavoro action di altri tempi evidentemente si è dimenticato completamente di cosa era il primo Smetto quando voglio. La “saga” di Sibilia è una commedia che parodizza alcuni dei più famosi cliché americani e lo fa divinamente. La sequenza del treno nella quale la banda di Pietro Zinni, a bordo di sidecar originali del Terzo Reich (se non è geniale questo allora cosa lo è), cerca di rapinare un treno in corsa e, allo stesso tempo, di liberare uno dei protagonisti rimasti intrappolati all’interno, è memorabile. Non vedevo una scena girata così bene dal punto di vista della regia, della coreografia e della recitazione da davvero troppo tempo. Solo quella scena dovrebbe bastare per mettere a tacere qualunque tipo di critica.

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Per concludere: questo film è esente da difetti? No. Riesce a farseli perdonare? Assolutamente sì.
Recarsi al cinema solo per trovare dei difetti in una pellicola che cerca di innovare e che, lo vogliate o no, ci riesce, è da poverini e dimostra un limitatezza mentale assurda. Il mio voto per questo film è di 8,5/10 e con questo vi rimando al prossimo articolo e vi saluto.
Bacini.

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Sguido

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