RECENSIONE – “Silence” di Martin Scorsese (2017)

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Questa non sarà una recensione “scanzonata”, non sarà una recensione come le altre, come le solite. Qui non si parlerà di tecnica o di riuscita o meno della pellicola in questione (anche perché è di Scorsese che si sta parlando e risulterebbe il tutto decisamente pleonastico e inutile), ma di interpretazione, la mia interpretazione. Il film è suddiviso in molteplici strati e io cercherò di portarvi la mia elaborazione di essi.
Tutto quello che dirò sarà una specie di flusso di coscienza, sul quale, però, la mia mente ha avuto modo di elaborare una tesi.

Prima di cominciare vi dico subito che è uno di quei film “da vedere“, è un’opera completa e profonda; quindi, per coloro i quali se lo stessero domandando, si, lo consiglio.

Il centro del film è il pensiero religioso in toto, e in modo più specifico la fede. La fede e tutti i suoi misteri, le sue ansie, paure e superstizioni.
Il film è suddiviso in 3 parti principali:

  1. Visione Cristiano/Cattolica
  2. Visione Buddista
  3. Entrambe, le quali si intrecciano

Non assistiamo, quindi, ad una santificazione mera e semplice del cattolicesimo (come ho sentito dire in giro), ma ne vediamo parecchi difetti (come la superstizione e la mancata sicurezza di fede da parte dei propri fedeli, specialmente in assenza di un’immagine o un’icona da venerare, tangibile, senza la quale si sentirebbero sperduti e abbandonati).

Il protagonista, Andrew Garfield, sente il silenzio a causa della sua superbia, condannando in primo luogo la visione buddista del loro “messia” (il quale può essere chiunque, grazie alla reincarnazione), ma successivamente vedendosi e apparendo a sé stesso come Gesù Cristo, non un portavoce della sua parola, ma il figlio di Dio in persona.
Tutta la sua vicenda è una raffigurazione della passione di Cristo, trasportata quasi 1700 anni più tardi.
Chi gli sta intorno, soprattutto il giapponese Kichijiro, incarna le figure che hanno accompagnato Gesù fino alla sua passione. Il giapponese sopracitato, più precisamente, incarna le personalità sia di Giuda che di San Pietro.

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Il film è maturo e diretto da un regista che sta invecchiando e come tutti gli artisti che avanzano con l’età, diventano più riflessivi. La pellicola dimostra e racconta come tutte le religioni si attacchino meramente a delle figure e icone per professare e dimostrare il proprio credo, quasi tralasciando la spiritualità della fede stessa. Nonostante i comportamenti da rispettare (secondo le diverse religioni) siano grosso modo simili, ci si fa le persecuzioni e le guerre a vicenda soltanto perché il mio Dio ha un nome diverso dal tuo. Il finale, in special modo, dimostra come la natura dell’uomo fermamente e ciecamente credente, dopo tutto, non possa mai veramente cambiare.

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-Jakk

 

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